Redirect 302, una risorsa per la SEO grey hat?

Difficoltà:    

Quando si parla di SEO black hat, ogni esperto del settore sa bene quanto le sfaccettature di questa pratica siano potenzialmente infinite (il limite è soltanto la creatività umana). Per questo ho deciso di stendere dei mini case study per illustrare nel dettaglio le tecniche black e grey hat in cui sono incappata per esperienza diretta, sperando di aiutare chi come me ne è stato vittima a capire meglio cosa stia succedendo al suo sito.

Il metodo di cui vi parlo in questa guida fa parte della seconda branca, ovvero la SEO grey hat, in quanto non utilizza un approccio particolarmente aggressivo, non si avvale di link spammosi e addirittura chiede il consenso al proprietario del sito dal quale preleva l’autorità. Si tratta di un redirect 302 mascherato da backlink.

Attenzione: un redirect 302 da parte di un altro sito non è dannoso nel 100% dei casi. Quello di seguito è un case study che non va assolutamente interpretato come universale.

Cos’è un redirect 302

Un redirect 302 serve a comunicare a Google che una certa pagina web è stata temporaneamente spostata su un altro indirizzo. A livello SEO si distingue dal redirect 301 per tre principali caratteristiche:

  • A differenza del 301, che è permanente, il 302 viene implementato solo per un periodo limitato di tempo. Il messaggio che viene comunicato ai bot è, in soldoni, “questa pagina è temporaneamente non disponibile, ma tornerà attiva a breve”
  • La pagina di origine non passa la sua autorità alla pagina reindirizzata, ma la mantiene
  • La pagina di origine non viene deindicizzata da Google, in quanto il redirect è solo una misura provvisoria

In quali casi va utilizzato?

Il redirect 302 è particolarmente utile a chi gestisce un sito con pagine che hanno una precisa periodicità, ad esempio gli ecommerce con promozioni stagionali o prodotti soggetti a disponibilità. Implementare un redirect 302 verso una pagina simile (magari quella della categoria in cui era contenuto il prodotto) aiuta a non disperdere link juice e mantiene intatta la user experience.

SEO grey hat e redirect 302

Ovviamente il redirect 302 è stato concepito per essere utilizzato su due pagine appartenenti allo stesso dominio, ma tecnicamente è possibile utilizzarlo per due domini diversi. È qui che entra in gioco una pratica SEO grey hat abbastanza diffusa, che se ben eseguita e con un po’ di fortuna può passare inosservata agli occhi di Google. Ecco quello che è capitato ad uno dei miei siti:

Un magazine online che gestisco comprende, tra le altre, anche una rubrica di ricette che ha collezionato una serie di backlink autorevoli, soprattutto dal sito di Expo nel 2015.

forelsket loss 2

Fonte: ahrefs.com

Il sito ha pian piano acquisito autorità su Google per il settore cucina e si è ben posizionato in SERP per molte query contenenti nomi di piatti. Monitorando in continuazione il suo profilo backlink su ahrefs, ho sempre notato un trend positivo nell’Ahrefs rank (il punteggio assegnato ai siti in base alla qualità e quantità dei loro backlink).

Qualche mese fa, nella casella email del sito è arrivato un messaggio da parte di un “motore di ricerca di ricette” in cui ci veniva proposta una collaborazione. All’apparenza sembrava una normale richiesta di scambio link e la mail recitava più o meno così (l’ho leggermente rielaborata per non rendere riconoscibile il sito):
“Abbiamo scoperto il suo sito di cucina. Siamo un motore di ricerca di ricette con l’intento di raccogliere tutte le ricette pubblicate sul web e le proponiamo una collaborazione gratuita in cambio di un link al nostro sito. Tutte le ricette che pubblicherete verranno indicizzate dal nostro motore di ricerca, che porterà i nostri utenti al vostro sito.”

Spinta dalla curiosità (e da una buona dose di masochismo) ho accettato le loro condizioni per capire dove fosse l’inghippo – non ero del tutto convinta che fosse uno scambio equivalente, considerando che si trattava di un solo link da parte nostra e di moltissimi link da parte loro.

Ho inserito un link nofollow al loro sito e loro mi hanno confermato di aver aggiunto il mio sito alla pagina delle collaborazioni: da allora il motore di ricerca avrebbe automaticamente segnalato le ricette ai loro lettori indirizzandoli al nostro sito.

Dopo un paio di settimane dall’inizio della collaborazione, non solo non vedevo link in entrata dal loro sito, ma ho anche realizzato che l’Ahrefs rank stava precipitando nonostante il mio sito non avesse perso alcun link e non fosse stato penalizzato da Google. In contemporanea, il sito stava anche perdendo posizioni in SERP per alcune keyword importanti legate alle ricette.

perdita ahrefs rank
La mia prima ipotesi è stata la perdita di autorità da parte del dominio di Expo 2015, che ovviamente ha dimezzato il suo traffico dall’anno scorso. Per verificare le mie supposizioni ho controllato l’Ahrefs rank di altri siti il cui profilo backlink era composto in gran parte da link provenienti da Expo 2015, esattamente come il mio, e non sembravano esserci state variazioni o grosse perdite come nel mio caso.
E per quanto io non sia una fan della Domain Authority di Moz, non ho potuto fare a meno di notare che nemmeno quella era scesa per il dominio di Expo.

Mi sono avventurata allora sul fantomatico Google delle ricette e ho cercato un piatto presente sul nostro sito: il portale, in effetti, funziona in tutto e per tutto come un motore di ricerca, con un algoritmo in grado di interpretare le query e l’intento della ricerca anche in base agli ingredienti. Trovata una nostra ricetta, ho cliccato sul risultato e sono finita su una pagina in cui venivano riportati il nome del piatto e l’elenco degli ingredienti. Un link “Continua a leggere” indirizzava poi gli utenti alla pagina del nostro sito.
Parrebbe in tutto e per tutto un backlink, se non fosse che il “Continua a leggere” in realtà linkava ad un URL appartenente sempre al loro sito al quale era stato impostato un redirect 302 verso il nostro.
redirect 302
Si tratta insomma di un link indiretto molto ambiguo, che ha il preciso scopo di non passare la propria autorità al secondo sito e al contempo ingannare i motori di ricerca facendo credere che la pagina a cui sta reindirizzando appartenga al primo sito.

Il procedimento è più o meno il seguente:

  • Creo una pagina quasi identica a quella da cui prelevo il contenuto – stessi metadati, quantità di contenuto simile
  • La linko da una pagina molto autorevole del mio sito sfruttando la link building interna, di modo che acquisisca una buona link juice e che Google ne riconosca l’importanza
  • Applico un 302 per segnalare a Google che è stata temporaneamente spostata su un altro indirizzo, di modo che (buona sorte permettendo) mi passi parte della link authority del sito a cui sto reindirizzando e al contempo non gli trasmetta la mia

Sebbene non sia mai stato ufficialmente confermato, in molti casi Google “divide a metà” l’autorità delle due pagine coinvolte in un 302. In questo modo il sito che si è visto rubare link juice da questi redirect ha perso posizioni su Google.

reindirizzamento 302

La strategia è molto ben congegnata: se anche il 302 non dovesse dividere la link juice, questo sito chiede comunque un link al sito vittima, perciò guadagna autorità senza mai passarne. Il sito da cui preleva le ricette viene a sua volta inserito nella pagina delle collaborazioni, ma ovviamente con un link nofollow – e non tutti i webmaster sono così prudenti da ricambiare con un nofollow a loro volta come ho fatto io.

Come viene interpretata questa pratica da Google?

a.k.a. Google è davvero così stupido?
Il modo esatto in cui Google interpreta i 302 è ancora un punto di domanda. Quando viene utilizzato un redirect 302 al posto di un 301, i bot potrebbero decidere di mantenere nell’indice la vecchia versione della pagina e interpretare la nuova come un duplicato, non indicizzandola del tutto. La link popularity, come nel caso analizzato, potrebbe venire divisa tra i due URL, portando a una perdita di posizioni in SERP.

D’altra parte, i motori di ricerca potrebbero invece capire come interpretare il 302 e Matt Cutts ha affermato che in alcuni casi potrebbe venire trattato come un 301 se Google ritiene che il webmaster abbia commesso un errore. Ma la percentuale esatta di situazioni in cui ciò accade resta un mistero.

Dal canto mio, credo che Google sia abbastanza avanzato da capire che se la mia pagina è più vecchia di quella che reca il 302 non può essere una versione temporanea dell’altra. Ma questo “motore di ricerca” non stava indicizzando le mie vecchie ricette, bensì quelle appena pubblicate. L’ho monitorato per un po’ e ho notato che le nuove ricette erano già presenti tra i loro risultati nello stesso giorno in cui venivano pubblicate sul mio sito, quando probabilmente Google non aveva ancora crawlato le due pagine.
Insomma, questo trucco conta molto sul tempismo e sul creare uno schema che porti Google a considerare il loro sito come fonte principale del contenuto.

Soluzione

Arrivati a questo punto dell’articolo, in molti potrebbero pensare che questo è stato tutto un mio viaggio mentale e che le ragioni dietro la perdita di posizioni del mio sito fossero altre.
Ecco quindi quello che ho fatto una volta scoperti i redirect 302:

  • (Ovviamente) eliminato il link verso il sito di ricette
  • Inserito il loro intero dominio nel file disavow
  • Inserito un canonical su tutte le pagine delle ricette: per quanto possa essere superfluo, è comunque una misura extra per assicurarsi che Google sappia che quella è la versione ufficiale della pagina
  • Inviato immediatamente l’URL a Google non appena veniva pubblicata una nuova ricetta

Questo è stato il risultato dopo una settimana:
forelsket loss 3
Non saprei dire se tutte le azioni che ho intrapreso sono state tutte efficaci o se lo è stata una soltanto, sta di fatto che le ricette sono tornate stabili in SERP e l’Ahrefs rank si è rialzato (anche se ad oggi non è ancora tornato ai livelli iniziali).
Il motore di ricerca continua a crawlare le mie ricette nonostante abbia tolto il link verso il loro sito, ma pare che ora Google mi riconosca come fonte primaria di quel contenuto – insomma, alla fin fine non è così stupido se gli si inviano i giusti segnali 🙂

Possibili cause alternative

Dopo aver pubblicato quest’articolo ho avuto un interessantissimo scambio di commenti col bravissimo Martino Mosna, che mi ha giustamente fatto notare una possibile causa alternativa per la mia perdita di posizioni in SERP, ovvero la cannibalizzazione dei risultati, piuttosto comune nei casi di scraping. Sicuramente è stato un fattore influente e consiglio di tenerne conto se dovesse capitarvi tra le mani un caso simile. Per quanto riguarda il mio sito, la situazione delle mie keyword è sensibilmente migliorata dopo aver preso provvedimenti contro i 302 (nuove ricette entrate in SERP, vecchie ricette che hanno riguadagnato posizioni), perciò si è quasi sicuramente trattato di una combinazione dei due fattori.

Spero che questo case study sia stato utile a chi si è ritrovato in questa situazione, soprattutto in virtù del fatto che la strategia non è così immediata da identificare.
Avete avuto qualche esperienza simile? Come considerate questa pratica? Mi piacerebbe discuterne nei commenti per sapere il vostro parere!

Di Susanna Marsiglia

Blogger, content manager, SEO, web designer, a volte scrittrice analogica. Nerd repressa causa incompatibilità con la matematica. Mens sana in corpore pigro.

Commenti (8)
  1. Lorenz Crood 20 giugno 2016 at 17:52

    Ottimo articolo, davvero! Ho appena scoperto il tuo sito, Susanna, e già me ne sono innamorato!

  2. Filippo Jatta 13 giugno 2016 at 14:13

    ciao Susanna, a mio parere non si tratta di grey (come possono esserlo i PBN), ma di pure black, in quanto si va a truffare e raggirare proprietari di altri siti. E’ un metodo troppo elaborato perchè ci possa essere buona fede da parte loro.

    Per fortuna sei stata contattata da questo motore di ricerca, e quindi ti è venuta l’idea di controllare il loro modus operandi.

    Se non ti avessero contattata sarebbe stato più complesso risalire a loro.

    Congratulazioni per l’articolo, interessantissimo.

  3. Giovanni Villani 13 giugno 2016 at 13:14

    Ciao Susanna
    Grazie per l’articolo davvero interessante. Non avevo mai visto una tecnica del genere applicata. Se devo fare un “appunto” penso che avrei sospettato fin dalla prima richiesta in cui si proponeva uno scambio di link in modalità “uno vs molti”, apparentemente vantaggioso solo per il tuo sito ma poi risultato in realtà dannoso. Ad ogni modo la soluzione del problema direi che è stata brillante e che questo articolo, derivato dall’esperienza fatta, sia utile ed originale. Complimenti.

  4. Giulio 13 giugno 2016 at 12:07

    Ciao Susanna, grazie per aver scritto questo bellissimo case study sul 302.
    Ottime anche le soluzioni. Ovviamente per capire quale sia stata quella efficace… avresti dovuto fare un’azione ogni 15 giorni, posticipando traumaticamente il recupero, ma chi te lo faceva fare? 🙂

    • Susanna Marsiglia 13 giugno 2016 at 13:33

      Diciamo che io pecco un po’ di impazienza in questi casi. Mi sono già appuntata di adottare un approccio più analitico per i prossimi case study di modo da capire qual è l’azione più efficace da intraprendere 🙂

  5. Marco 13 giugno 2016 at 11:35

    Ciao Susanna, seguo il tuo blog da qualche tempo e ho trovato questo post molto interessante.
    Sei stata molto brava ad analizzare la situazione e a capire il problema. Ti faccio i miei complimenti.
    Essendo da poco entrato professionalmente in questo settore, ti chiedo se puoi chiarirmi un aspetto della tua analisi… Nel tuo post c’è uno screen shot che conferma lo status “302 found” e successivamente il rimando al tuo sito, volevo sapere su quale servizio hai effettuato questo controllo? Come fai da un link a capire se dietro c’è un 302?
    Ti ringrazio in anticipo

    • Susanna Marsiglia 13 giugno 2016 at 11:57

      Ciao Marco, sono felice che le mie spiegazioni ti siano state utili 🙂
      Per visualizzare lo status della pagina uso semplicemente la MozBar, che è un’estensione gratuita di Chrome. Serve a verificare la DA di Moz sui siti che visiti e altri aspetti come i metatag e, appunto, lo status code (ti basta cliccare sull’icona Page Analysis, è davvero semplice da utilizzare).

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non verrà pubblicato. I campi obbligatori sono segnalati *